Il religioso fantastico
Di libri, dèi, e brutte abitudini teologiche
C’è una cosa - oltre al sistema magico - a cui uno scrittore fantasy non riesce a rinunciare: una bella religione inventata. Ma più che una religione, un dio o degli dèi.
L’accostamento non è casuale: la divinità e la magia sono entrambe parte del sovrannaturale, com’era chiaro a fior fior di teologi medievali, ed entrambe fanno largo uso di pensiero magico. L’arte imita la vita e il fantasy, ovviamente, imita il reale.
Tutto bene, se non che è uno di quegli ambiti in cui come persone e come scrittori siamo ancor meno oggettivi. Il rischio è quello di ripetere il conosciuto senza metterlo in discussione. In questo caso con una doppia combo: i modelli teologici reali e quelli del genere.
Lungi da me volermi posizionare come un esperto in materia (dopotutto in Un Affare per Orecchie a Punta la questione della religione è molto marginale, e non c’è magia).
Ma il post lo scrivo comunque.
Della stupidità dei Valar
Via il dente, via il dolore.
Parliamo subito di Tolkien. Lo so, alla metà di voi sarà venuto a noia, e a meno della metà di voi non sarà venuto a noia abbastanza. Non possiamo illuderci che non sia tuttora il capostipite mitico del fantasy. Ed è difficile non leggere Tolkien nella cattolicissima chiave di lettura suggerita dal testo.
Nella prima parte del Silmarillion Tolkien descrive la creazione di Arda come un atto di Eru Ilúvatar, che crea cantando una melodia alla quale i suoi angeli possono unirsi come ‘coro’ - un po’ come i serafini della bibbia, che sono descritti come perennemente occupati a cantare “gloria gloria gloria” attorno al trono di dio. La situazione si complica quando Melkor, invidioso della capacità creativa di Eru1 tenta di cambiare la melodia, introducendo una stonatura. Il riferimento diretto è quello della caduta di Lucifero.
Esattamente come il diavolo cristiano moderno, però, Melkor non è un valido avversario di Eru Ilúvatar; non è allo stesso livello. Alla fine della canzone, Eru rivela che la ribellione di Melkor era prevista.
And thou, Melkor, shalt see that no theme may be played that hath not its uttermost source in me, nor can any alter the music in my despite. For he that attempteth this shall prove but mine instrument in the devising of things more wonderful, which he himself hath not imagined.2
“E tu Melkor, scoprirai che nessuna musica può essere suonata che non abbia in me la sua fonte, né che si possa cambiare la mia melodia a mia insaputa. Chi dovesse farlo non sarà altro che un mio strumento nella creazione di cose più magnifiche, che egli stesso non avrà immaginato.“ 3
Con Melkor, Tolkien eredita gli stessi problemi insanabili del cristianesimo. Da una parte tenta di dare una spiegazione all’origine del male, dall’altra non mette mai in discussione l’onnipotenza del dio primario (non si parlerebbe di un monoteismo, ma di duoteismo o dualismo4).
L’impianto mitico di Tolkien tuttora riserva delle sorprese, ma non supera questa falla iniziale.
Tutto quello che succede nel Signore degli Anelli fa parte della canzone di Eru, e quindi è esplicitamente concesso da Eru. Melkor smette di essere un’antagonista credibile quando la sua esistenza è possibile solo grazie al consenso del dio-padre. Sauron è ancora peggio: nel Silmarillion si salva solo perché i Valar dimenticano di punirlo. Entrambi riescono a fare del male perché Eru li ignora (nel caso migliore) o li condona (nel caso peggiore).
La faccenda si colora di tragico, a tratti tragicomico. Tutto il male è riconducibile a una singola fonte5 e la figura preposta ad occuparsene è totalmente disinteressata. Il dio-padre-capo, di fatti, latita, salvo disturbarsi solo per qualche entrata in scena stile vecchio testamento6.
E il problema permea tutti gli aspetti del testo, come per la questione degli orchi:
Essi sarebbero i più grandi Peccati di Morgoth, abusi del suo massimo privilegio, e sarebbero creature generate dal Peccato, e naturalmente cattive (stavo per scrivere 'irredimibilmente cattive'; ma andrei troppo oltre. Perché accettando o tollerando la loro creazione - necessaria alla loro effettiva esistenza - anche gli Orchi diventerebbero parte del Mondo, che è di Dio e in ultima analisi buono.)
- Lettera #1537
Si tratta di uno degli aspetti più noti della critica letteraria al testo8. Ma il pezzo è esemplificativo del problema del male9, che ritroviamo in continuazione nell’impianto mitologico di Tolkien. Intere popolazioni sono lasciate all’influenza del male solo perché il bene non interviene.
Questa è la stupidità dei Valar: abitano la terra di mezzo ma intervengono raramente e nella maniera più indiretta possibile. Perché Eru ha già previsto tutto, e loro non sono pienamente a conoscenza del futuro; il loro problema non è tanto fermare il male, quanto a non disobbedire al dio.
Ma l’obbedienza, soprattutto quando incondizionata, non è una virtù. E così la definizione di ‘buono’ o ‘morale’ si scontra con la nostra etica.
Dalla lezione di Tolkien dovremmo imparare che una traduzione diretta di credenze religiose reali non sempre è la base migliore di una religione fantasy.
Salsa dèi alla DnD
Il successo di Baldur’s Gate tre mi ha riportato alla mente quei vecchi manuali della 3.5 di Dungeons and Dragons, dove si descrive per sommi capi un sistema politeistico di divinità in combutta tra loro.
La compresenza di diverse divinità con diverse sfere di influenza, obbiettivi e sistemi morali risolve il problema del male; soprattutto se ammettiamo che il divino possa essere limitato almeno nelle intenzioni.
Sul piano morale, DnD riconosce l’essere buoni, neutrali o malvagi. In teoria questo dovrebbe garantire una pluralità di interessi10 e un panorama complesso. Una sfera di influenza implica che non preghi la dea della magia, per esempio, per una vittoria in guerra; perché non necessariamente quello è il suo dominio o il suo interesse.
Nel mondo reale troviamo dei corrispettivi - e.g. la dea Má-tsóo (媽祖), che è venerata a cavallo di diverse tradizioni religiose, è in genere associata con il mare e la sua benevolenza è richiesta dai marinai. Ma non ci si rivolgerebbe per gli stessi motivi a Kuan-tè-iâ (關帝爺), generale asceso a divinità e associato con l’onore e la guerra. Dobbiamo immaginare che anche nel nostro passato romano non ci si rivolgesse a Giove per problemi coniugali (al massimo li poteva peggiorare), né a Giunone per far piovere sui raccolti (e Giove Pluvio che fa?).
BG3 però fallisce nel rappresentare un culto stratificato e sensato delle diverse personalità divine. Dopotutto è difficile credere che qualcuno vorrebbe venerare Baal, la divinità dell’omicidio, o Bane, la divinità della tirannia. Chiaramente omicidi e tirannie sono aspetti della vita, e divinità così ‘spinte’ sono divertenti da giocare (soprattutto quando si tratta di creare personaggi o situazioni un po’ sopra le righe).
D’altro canto, però, un autore fantasy deve chiedersi cosa fa un seguace di Baal quando ha mal di denti, o problemi in amore, o paure legate a una gravidanza in arrivo, o ansie esistenziali; tutte cose che l’omicidio non risolve. Il caso in BG3 è tanto più estremizzato quanto alcuni personaggi rappresentano l’estremismo religioso (come Cuorescuro, seguace della dea Shar11).
L’uso è quindi superficiale12, e tanto più quando, in caso di dubbio, torniamo alla rappresentazione familiare di angeli e demoni. L’impressione è quindi di fare tanta strada per aprire le porte a una sorta di pluralismo solo per tornare a una distinzione medievale-cristiana di bene e male: immediatamente comprensibile per il pubblico di riferimento, ma estremamente banale.
Si tratta di un’occasione mancata. La prima serie di Avatar gli spiriti - che non sono dei, ma hanno comunque una natura sovrannaturale - si spostano su un modello di moralità che non è immediatamente riconoscibile con i nostri canoni di buono/cattivo. Si parla di moralità “blu e arancione” proprio per sottolineare un tipo di contrapposizione diversa da quella che siamo abituati a considerare.
Quindi: la religione ricalcata non va bene, il politeismo superficiale non va bene. Tu, lettore, starai pensando che non mi vada bene niente. Ed un po’ certo, è così. Un po’ però penso che un discorso di critica serva a scrivere fantasy migliori.
La soluzione mormon-sandersoniana
Una via di mezzo (quasi sempre) interessante è la situazione della Cosmere di Brandon Sanderson (a proposito, spoiler minori per questioni relative ai primi tre libri di Mistborn e alle Cronache della Folgoluce. Parlerò solo di questioni dell’ambientazione e in maniera breve, senza fare nomi. Se non vuoi leggere, passa al prossimo titolone).
I libri di Sanderson sono sempre in dialogo, in un modo o nell’altro, con la religione. Nel suo universo narrativo si ripete uno dei concetti meno noti (a noi in Italia) della religione mormone: l’idea che si possa ‘ascendere’ a piani superiori dell’esistenza, anche divini. Non è chiaro quanto ‘in alto’ si possa andare; ma è esplicito nel testo che sia esistito un dio creatore e che al momento non esista più. Al suo posto ci sono i suoi discendenti - dei ‘frammenti’ più o meno equipotenti, ognuno con una caratteristica fondamentale a guidarne l’azione.
Onore si concentra sul rispetto degli accordi, Coltivazione sulla crescita delle creature viventi e via dicendo. Il conflitto arriva quando gli obbiettivi di questi dei sono inconciliabili; e alcuni dei finiscono ‘logicamente’ nel ruolo del cattivo.
Per esempio, gli obbiettivi di Rovina sono abbastanza chiari: la distruzione delle cose. Distruzione e rovina sono concetti negativi, e quindi è facile giocare l’entità in un ruolo alla Morgoth. Ma non è la situazione di antagonismo forzato per due ragioni:
Sanderson riconosce che la distruzione della vita è una base per creare nuova vita, e che molte civiltà sono basate sulle rovine delle precedenti (come in questo ottimo video sul “moldy worldbuilding”).
L’entità collegata al concetto ha comunque desideri e una libertà di scegliere che può mitigare o disobbedire alla sua natura. In altre parole, il dio non è obbligato a scegliere la distruzione sempre e in assoluto.
Un esempio ancora migliore è la caratterizzazione di Odium (Odio), che viene presentato come forza negativa ma rappresenta in realtà l’intensità emotiva di tutte le emozioni. Così un antagonista è caratterizzato da un disprezzio bruciante verso i suoi nemici; solo che viene mostrato provare lo stesso odio verso la sofferenza ingiustificata (e.g. la morte per malnutrizione di un bambino). E se potremmo argomentare che l’odio è forse sempre sbagliato, avremmo difficoltà a farlo con altri sentimenti che ci sembrano positivi.
In questo modo Sanderson richiama il setup monoteistico tolkeniano senza ereditarne i limiti; e le sue effettive divinità possono sbagliare, perché non hanno pretese di onnipotenza, onniscenza o neanche bontà. Sia chiaro che poi a livello di trama fallisce su altri punti, ma questa è una storia per un’altra giornata.
Alternative?
C’è comunque spazio per gli assoluti. In Ira Dei di Giada Abbiati, l’autrice non cerca di redimere gli aspetti più cruenti della religiosità medievale ma invece li sfrutta appieno per un sistema magico-teologico squisitamente grimdark. A quel punto si gioca una partita tutta basata sulla difficoltà di interpretare l’imperscrutabile volontà di dio - che ricorda il giansenismo che fu anche di Manzoni - e sulla parzialità inevitabile dei suoi araldi in terra.
In un universo completamente diverso, ma patrono del grimdark, abbiamo delle divinità assolute e assolutamente malvagie - quelle di Warhammer. Warhammer sia nella sua variante fantasy che in quella scientifica funziona soprattutto se lo si considera nel suo spirito del non prendersi troppo sul serio, nel suo gusto dell’eccesso, in una specie di legge di Murphy applicata alle ambientazioni: se qualcosa può andare male, lo farà. Accettata la premessa, i suoi dei del caos si muovono su dei binari abbastanza interessanti.
Un aspetto fondamentale può essere che gli dei hanno potere nella misura in cui sono creduti. Questa è la premessa di American Gods, che con il suo politeismo parla in realtà del contesto multiculturale americano.
Si, ma che ci frega?
Domanda trabocchetto. Ci frega nella misura in cui persino i testi sbarazzini scritti per divertimento riflettono qualche aspetto della realtà o almeno delle convinzioni dell’autore; e in questo senso la critica letteraria è uno strumento di comprensione della realtà. Dopotutto ci sono migliaia di pratiche religiose nel mondo e sarebbe sbagliato non affrontarle a tutto tondo.
In secondo luogo, ovviamente, ci frega per scrivere fantasy migliori; o per cominciare, da lettori, a richiedere rappresentazioni migliori.
Altre cose:
Sto lavorando a due progetti, l’hopepunk e un “progetto segreto”. Rimane in ballo uno sci-fi action per cui aspetto la chiamata degli editori.
Abbiamo parlato di religione, quindi non posso che consigliare:
Anatomia di dio di Francesca Stavrakopoulou
il canale Esoterica
Entrambe sono delle fonti super interessanti se vi volete buttare nella storia della religione (ma da un punto di vista secolare e accademico, non quella pappa concordata con il Vaticano).
Fra pochi giorni (il 12 Settembre) esce il settimo numero di Alkalina, a cui ho avuto il piacere di collaborare con gli altri ragazzi della redazione. Si tratta davvero di un gran numero, tutto a tema ‘italianità della fiction’, un argomento di cui si parla tanto (e molto spesso si parla a vanvera).
Nel settimo numero troverete racconti che sviscerano il tema in ambientazioni distopiche, horror, o deliziosamente weird. Ve lo consiglio vivamente.
A presto!
o solo portatore di diversi gusti musicali?
traduzione mia, abbiate pazienza.
Tipo Zoroastrismo, che difatti influenzò la teologia cristiana.
forse con un’eccezione per Ungolianth.
Come per la punizione di Numenor.
Licia Troisi, nella sua prima trilogia del Mondo Emerso, aveva risposto alla questione a suo modo parlando della libertà o della mancanza di libertà dei fammin. Ci tengo a citarla perché si è fatto un gran parlare (male) della Troisi, ma rimane difatto una apripista del fantasy italiano e meno banale di quello che si vorrebbe pensare.
Il tentativo di spiegare come possa esistere il male in presenza di un dio onnipotente, onnisciente e sommamente buono.
Le opzioni di dialogo di cuorescuro ti permettono, durante la trama, di supportarla nel suo fondamentalismo o di farla ‘convertire’ all’antagonista di Shar, Selune. Il culto di Shar è macchiettistico e si riassume nel dire: sofferenza, bene; cerchiamo di aumentare la sofferenza in generale. Il culto di Selune non ho ben idea di cosa sostenga.
Che è un problema solo nel contesto del videogioco. Nel contesto del gioco di ruolo, le indicazioni sono di massima per lasciare spazio interpretativo ai giocatori.




Due cose: intanto, senza che ciò confligga necessariamente con la tua interpretazione, c'è da dire che in Tolkien il cambiamento - diciamo pure la decadenza - del mondo attraverso le ere è una sorta di integrazione implicita al discorso mitologico esplicito.
Quest'ultimo è ovvio: gli esseri di Arda vedono il passato come vicino alla gloria e all'incanto, all'azione manifesta di dei e forze plasmatrici che nel presente appaiono indebolite o assenti (almeno fino all'epilogo). Epperò si capisce pian piano che il divino non è assente, ma opera imperscrutabilmente (o quasi).
Malgrado qualche prodigiosa reliquia del passato (ruderi, spade, anelli) Tolkien descrive un presente per così dire secolarizzato, in balìa del male e di altri accidenti (questa è senz'altro una allusione alla modernità nella sua accezione classica). Pochissimi (essenzialmente Gandalf) - e con loro sperabilmente il lettore - pervengono alla consapevolezza che Dio si è espresso precisamente in questo celarsi, per cui la provvidenza indicherà un placido mezzuomo e non qualche ieratica figura in armatura lucente, ecc.
Tuttavia, su un piano teologico, la cosa si può spingere anche oltre le intenzioni note dell'autore (naturalmente a mio parere). Se Sauron finirà per eguagliare la malizia di Melkor è pur vero che egli, anagraficamente, non ne è che un epigono. In ciò è simile a molte figure importanti sul finire della terza era: sono tutti epigoni, discendenti, esuli, qualche volta anche male in arnese. Inoltre, Sauron è un fabbro, un ingegnere, cosa che è stata spesso sottovalutata nelle analisi del personaggio.
Se la cifra di Melkor è una invidia di proporzioni letteralmente bibliche, che definirei girardiana, quella di Sauron si delinea per gradi ed è più vicina all'ignoranza, a una forma di cecità. Anche la sua qualità di costruttore contribuisce a delineare un profilo meno impenetrabile al lettore, quasi creativo. Del resto Sauron non sembra mai occuparsi direttamente dei disegni divini in quanto tali, se non quando producono ostacoli materiali ai suoi progetti di dominio sul mondo il quale, oltretutto, vorrebbe 'ordinare'.
In questa prospettiva, a mio parere, Sauron, che è di gran lunga l'essere più potente sulla Terra di Mezzo alla fine della terza era, è a un tempo di più e di meno di un Satana (l'avversario) nell'universo tolkieniano. Di meno perché il suo profilo è decisamente più umanoide, le sue azioni sono strumentali ma per ciò stesso strumentalizzabili (come l'epilogo rivela). Di più perché, nell'era in cui gli antichi portenti si sono defilati, il destino è ignoto anche ai saggi ecc. Sauron è il vero e proprio motore della storia, unico essere dotato di qualità manifestamente divine e regista, pur inconsapevole, dell'intero processo redentivo. In questo, molto più di Melkor, rappresenta l'immagine anamorfica (più che speculare) di Dio stesso, sebbene in una veste demiurgica.
La seconda cosa è la seguente: non sono molto esperto di world-building più recenti nel fantasy ma mi chiedevo se, al di là di teologie più o meno assimilabili ai paganesimi europei o mediterranei (che purtroppo sono la norma) c'è chi ha provato a introdurre nei propri mondi concezioni indigene (note attraverso l'etnografia) o almeno qualcosa di simile. Non mi riferisco a 'religioni primitive' in forma stereotipata, ma a elementi provenienti da altri bacini culturali. Ne sai qualcosa?
Purtroppo BG fallisce nell'accogliere la vera origine degli dei di D&D.
In D&D gli dei sono avventurieri che hanno fatto il percorso della divinità e sono diventati quindi esseri divini. Un percorso per ogni classe.
Se si accoglie questa premessa l'intero impiantito divino cambia completamente il suo punto di vista.